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Editoriale 

  PACE infinita

 

Da questa città, dal Kazakhstan, paese che è un esempio di armonia tra uomini e donne di diverse origini e confessioni religiose, desidero rivolgere un sincero appello a tutti, cristiani e appartenenti ad altre religioni, a lavorare insieme per costruire un mondo senza violenza, un mondo che ama la vita e progredisce nella giustizia e nella solidarietà. Noi non possiamo permettere che quanto è successo approfondisca le divisioni. La religione non può essere mai fonte di conflitto.

Da questo luogo, invito sia cristiani che musulmani ad innalzare un’immensa preghiera all’unico e onnipotente Dio, di cui tutti noi siamo figli, affinché il grande dono della pace possa regnare nel mondo. Possano tutti i popoli, sostenuti dalla divina saggezza, lavorare dovunque per costruire una civiltà dell'amore, nella quale non ci sia posto per l'odio, la discriminazione e la violenza.

Con tutto il mio cuore prego Dio di mantenere il mondo in pace. Amen.” (Giovanni Paolo II - Piazza della Madre Patria di Astana in Kazakhstan - 23 settembre 2001).

Sono le parole di un padre preoccupato e addolorato per i venti di guerra che soffiano sul mondo. Non possiamo non condividerle.

Sono state dette tutte le parole che esprimono il dolore e la solidarietà del mondo intero al popolo americano toccato dalla brutale violenza terroristica. Anche questo non possiamo che condividerle.

È stata invocata in ogni modo la giustizia, perché chi si è macchiato di così orribile crimine sia assicurato alla giustizia internazionale, per una esemplare punizione. E il Card. Ruini, nella Prolusione all’ultimo Consiglio Permanente della CEI ha ridabito “il diritto, anzi la necessità e il dovere, di combattere e neutralizzare, per quanto possibile, il terrorismo internazionale e coloro che, a qualunque livello, se ne facciano promotori o difensori”, perché atti di questo genere non si abbiano mai più a ripetere. Come non essere d’accordo?

Solo davanti alla parola “guerra”, e a tutto quello che questa parola esprime e comporta per i destini dell’umanità la nostra condivisione si ferma. Noi crediamo che la guerra non sia l’unica e insostituibile risposta. Noi crediamo che la guerra, come già ebbe a dire Benedetto XV alla vigilia della prima guerra mondiale, sia sempre un’avventura senza ritorno. Noi crediamo che a fare le spese della guerra (e l’ultimo conflitto in Iraq ce lo dimostra) è sempre e solamente la povera gente: i bambini irakeni muoiono per fame e per mancanza di medicinali, ma il dittatore e i suoi accoliti sono ancora lì, neanche un poco dimagriti, per niente scalfiti dalla guerra e dall’embargo che non li toccano minimamente. Noi crediamo che se alla violenza terroristica rispondiamo con la violenza della guerra che per forza di cose colpirà anche gente povera e innocente (che le armi non siano “intelligenti” ce lo ha dimostrato il conflitto nei Balcani!), da qui nascerà altra violenza, in una catena di violenza, quella sì veramente “infinita”.

Occorre ritrovare la strada del dialogo. Occorre sedersi veramente e con umiltà al tavolo delle trattative per ridisegnare le leggi della convivenza internazionale. Occorre che sull’ambiente, sul razzismo e su quanto altro ancora i paesi ricchi, e l’America in primis, ritrovino la strada della solidarietà universale, dell’ascolto dei paesi poveri e del rispetto dei patti già sottoscritti da quelli che oggi si invocano “alleati” (vedi trattato di Kyoto e risoluzione di Durban). Solo così le frange fanatiche e impazzite del terrorismo internazionale si ritroveranno sole, schiacciate nella loro stupidità, senza terreno favorevole dove impiantarsi e crescere.

La guerra si vince con la pace; l’odio si annienta con l’amore; la violenza si combatte con la giustizia: questo è Vangelo! Come cristiani non abbiamo niente di meglio da dire e da dare al mondo.

dSR

 

 

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