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“UNA FEDE ADULTA, PENSATA”

  

Lettera aperta ai catechisti della diocesi a proposito degli Orientamenti dei vescovi italiani per il primo decennio del Duemila

 

Carissimi catechisti e catechiste,

comincia un nuovo anno di impegno e di servizio. Non vi sarà detto mai abbastanza grazie per il bene che fate e per l’entusiasmo che ci mettete. Anche perché le sfide e le difficoltà non sono poche. E gli obiettivi da raggiungere richiedono ulteriore impiego di energie.

Fra questi obiettivi, così come emergono dagli “Orientamenti” che i vescovi ci hanno dato nel giugno scorso per guidare il cammino delle chiese italiane per questo primo decennio del nuovo secolo, ce n’è uno definito “importante”. “Ci sembra importante” – dicono al n. 50 “che la comunità sia coraggiosamente aiutata a maturare una fede adulta, «pensata», capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo. Solo così i cristiani saranno capaci di vivere nel quotidiano, nel feriale – fatto di famiglia, lavoro, studio, tempo libero – la sequela del Signore, fino a rendere conto della speranza che li abita (cf. 1Pt 3,15)”.

È l’obiettivo della “maturità della fede”. Mi direte: ma siamo proprio nel progetto catechistico italiano? E infatti a quel progetto i vescovi si riferiscono, dicendo che “esso mantiene tutta la sua attualità e va riproposto con fedeltà nelle nostre comunità, orientandolo più esplicitamente nella prospettiva dell’evangelizzazione”. Questo significa alcune cose.

Anzitutto che il cammino svolto in questi anni, fatto di fedeltà al progetto catechistico italiano, al suo documento base, ai testi di catechismo della CEI, viene non solo confermato, ma addirittura rivitalizzato. Abbiamo fatto bene a non inseguire mode o sussidi, sia pure accattivanti. Abbiamo resistito alla tentazione di un ritorno indietro, a vecchie formule non più proponibili. Abbiamo ritenuto che il “libro della fede” da tenere fra le mani dovesse essere il testo di catechismo della CEI, aiutati dalle belle guide in commercio o dagli itinerari che l’Azione Cattolica ha proposto con intelligenza nelle sue mediazioni per gli educatori.

In secondo luogo, l’insistenza sull’orientare decisamente il progetto nel senso della evangelizzazione, dice l’urgenza di aprire gli occhi su una realtà: Gesù Cristo nella nostra società e nella nostra cultura è uno sconosciuto! Lo stiamo dicendo dagli anni ‘70: non giochiamo a far finta che l’Italia sia ancora un paese cristiano. Non possiamo fare catechismo pensando che i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri adulti siano “naturalmente” cristiani. La prospettiva missionaria rimane importante e decisiva. Dobbiamo attivare, adattandole s’intende, tutte le strategie proprie della missione, del primo annuncio, del catecumenato come cammino per diventare cristiani. La frattura drammatica fra Vangelo e cultura, di cui ci parlava già Paolo VI nel 1975, non solo non si è ricomposta, ma forse si è ulteriormente allargata: la catechesi non esce indenne da questo processo culturale. Ne deve uscire rinnovata!

Una terza e ultima considerazione. Vorrei ricordare a ma e a voi che il nostro lavoro di catechisti resta fondamentalmente nell’ambito formativo, quello dell’educazione. E il lavoro formativo è lungo, difficile, non immediatamente gratificante. È lavoro fatto di grande abilità, di grande dedizione, di grande pazienza. La pazienza del contadino: che è paziente e generoso nel seminare, paziente nell’apparente inutilità dell’inverno, paziente nella faticosa opera della mietitura. Sono belli e utili i grandi momenti di festa e di incontro. Ma rischiano la sterilità se non sono preceduti e seguiti dal puntiglioso, a volte monotono, sempre impegnativo cammino settimanale. Da qui può nascere il desiderio di quell’approfondimento che conduce ad una fede adulta e pensata, cosciente e consapevole, celebrata e vissuta e quindi evangelizzante.

Un augurio sincero e fraterno: buon lavoro!

don Sandro Ramirez

 

 

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