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La prima esperienza dell’Anno Propedeutico

 

“L’anno propedeutico non è un tempo di generica ricerca del progetto vocazionale, ma già una verifica dei segni oggettivi di un effettivo orientamento al sacerdozio” (da Linee comuni per la vita dei nostri seminari, 30).

È questa, in sintesi, l’esperienza che noi, unitamente ad altri 16 ragazzi provenienti da tutta la Puglia, stiamo vivendo in questo particolare momento della nostra vita: verificare se ci sono i presupposti per poter iniziare il cammino di discernimento dei primi due anni del Seminario Maggiore.

Questo particolare percorso formativo riguarda coloro che non hanno frequentato il Seminario Minore e non hanno avuto così la possibilità di vivere un’esperienza di vita comunitaria unita a un serio cammino di discernimento vocazionale e di direzione spirituale.

Nel seminario di Molfetta era già partita l’esperienza dell’Anno Zero che, come periodo di ricerca formativa a carattere vocazionale, consisteva nella permanenza in sede, per tre giorni al mese, venerdì, sabato e domenica, da novembre sino a maggio.

Tale esperienza, però, non risultava abbastanza soddisfacente e in linea con le direttive dei vescovi italiani: sei o sette incontri all’anno non permettevano ai giovani un serio cammino di verifica e di adattamento alla vita del Seminario.

L’esperienza progettuale dell’Anno Propedeutico è nuova, per cui non è stata esente da problemi e difficoltà, soprattutto per stabilire tempi e contenuti specifici di tale anno. Dopo un lungo cammino si è scelto di collocarlo nella stessa struttura del Seminario Maggiore, anche se in un’ala a parte, autonoma e indipendente, giacché il Propedeutico non è ancora Seminario ma preparazione all’ingresso in quest’ultimo.

Fra le finalità di quest’anno, rispetto all’Anno Zero, che costituiva soltanto qualche momento di vita comunitaria, di preghiera e di riflessione personale, c’è l’evidente permanenza stabile e prolungata nella struttura, per favorire il tempo prezioso e necessario del distacco dal “mondo di sempre” seppure con tutta la gradualità che tale distacco esige. Infatti, la scansione temporale dell’anno, ha previsto le prime tre tappe della durata di dieci giorni, e le restanti quattro tappe della durata di circa un mese.

All’interno di questo percorso trovano giusta ed opportuna collocazione alcune figure educative di primaria necessità: il responsabile, don Franco D’Apollonio, la Guida Spirituale, don Francesco De Lucia, i docenti responsabili della formazione culturale e la dott.ssa Miriam Marinelli che cura la nostra formazione umana.

Il nostro non è stato un percorso individuale, centrato sul singolo individuo, bensì quello di una comunità, di un “popolo”, che, passo dopo passo, si modella secondo quella che Giovanni Paolo II chiama “spiritualità di comunione […] per avere uno sguardo del cuore che fa contemplare il volto della Trinità impresso in quello del fratello” (N.M.I. 43).

Maturità umana e cristiana, dunque, e educazione alla vita comunitaria: quale itinerario migliore da seguire se non il libro dell’Esodo, scelto quale traccia formativa durante questo anno,  il cui personaggio principale non è un singolo individuo ma un intero popolo chiamato a compiere la volontà di Dio?

L’anno propedeutico vuole ricalcare le orme di questo cammino dinamico e ricco di contrasti, come l’esperienza di ogni singolo uomo: provare la gioia di sentirsi chiamati, verificarne la veridicità, superare “il mar Rosso” del vivere la prima esperienza comunitaria, comprendere se si è “pronti” e “degni” di entrare nella “Terra promessa”.

Da questa vicenda noi tutti stiamo sperimentando il fascino e la fatica per giungere alla scelta consapevole e responsabile di vivere la nostra vita sulla solidità del primato di Dio.

Roberto Massaro

Vanni D’Onghia