Mentre
mi accingevo a stendere alcune note sul Convegno Nazionale per i direttori
degli Uffici Diocesani per la Comunicazione Sociale (promosso dalla CEI e
svoltosi a Bari dall’8 al 10 novembre scorso) e sull’adesione di Radio
Amicizia e di Radio Diaconia al circuito nazionale “Inblu” (di cui
diamo conto a pag. 10) le agenzie di stampa battevano la tragica notizia
dell’assassinio di Maria Grazia Cutuli, la giornalista del 'Corriere
della Sera', e di altri tre suoi colleghi diretti a Kabul.
C’è
un sottile ma evidente filo rosso che lega queste notizie: il campo della
comunicazione sociale è luogo di testimonianza concreta, reale,
competente, esigente a volte fino alla morte. E la Chiesa ha il
dovere-diritto di esserci. Un amico mi faceva notare che anche Gesù,
inviato specialissimo del Padre, era stato ucciso per una “notizia”; e
non si trattava di fatti di guerra e morte, ma di una “buona notizia”
(= vangelo) di vita e salvezza.
Nel
Convegno di Bari S.E. Mons. Giuseppe Betori, segretario generale della CEI,
ha presentato gli Orientamenti Pastorali per questo decennio: “Comunicare
il Vangelo in un mondo che cambia”. Facendo alcune considerazioni sul
ruolo delle comunicazioni sociali, e notando che per la prima volta in un
documento si assume la prospettiva del comunicare come elemento di fondo
che deve guidare l’azione pastorale della Chiesa in Italia, sottolineava
come tutto questo “segna un’importante innovazione in quanto orienta l’attenzione
della Chiesa sulla dinamica della comunicazione quale fattore decisivo, e
per certi versi “discriminante”, della missione della Chiesa. Si è
presa coscienza” – continua Mons. Betori – “che non si può
evangelizzare senza lasciarsi interpellare dai processi della
comunicazione, che oggi rappresentano un ambiente vitale più che un
apparato strumentale. La comunicazione sociale, e in particolare quella di
massa, ha modificato le modalità di gestione della vita, i ritmi dell’esistenza,
la qualità e la tipologia dei rapporti interpersonali, l’organizzazione
del lavoro; gestisce la domanda e l’offerta dei beni materiali come di
quelli più umani e spirituali. Non c’è ambito della vita che non sia
toccato dai processi della comunicazione sociale e dall’innovazione
tecnologica, in gran parte connessa con il mondo della comunicazione”.
“I
processi della comunicazione sono un ambiente vitale più che un apparato
strumentale”: a me sembra che questa affermazione del segretario
generale dei vescovi italiani abbia una portata enorme e delle ricadute
pastorali impressionanti. Ancora una volta un invito ad “esserci”,
come Chiesa, che diventa obbligo di fedeltà al Vangelo.
Ad
una condizione. E la ricordava il nostro vescovo, che ha aperto i lavori
del convegno come delegato dei vescovi pugliesi per la cultura e le
comunicazioni sociali. La condizione essenziale e necessaria è che la
comunicazione sia figlia della contemplazione. Solo chi ha contemplato il
Suo volto può tentare di raccontare al mondo la bella notizia di Gesù.
Pena l’accusa di falsa testimonianza.