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Ricordando il Servo di Dio

Mons. Giuseppe Di Donna

nel 50° anniversario della sua morte

 

Il Gruppo Culturale di Rutigliano in occasione del 50° anniversario della morte di S.E. Mons. Giuseppe Di Donna, verificatasi il 2 Gennaio 1952, inizia la sua collaborazione con il periodico di informazione diocesano “IMPEGNO”, al fine di rendere note, in tutta la diocesi, le iniziative culturali-religiose che si terranno a Rutigliano.

S.E. Mons. Giuseppe Di Donna nasce a Rutigliano, nel 1901, da famiglia benestante e numerosa. La sua nascita avviene quando la mamma, 44enne e già nonna, dopo una gravidanza non facile, lo affida al Signore.

E’ come se la Provvidenza si fosse appoggiata su quel bambino “ogni santo di Dio non nasce a caso, ma è posto nel suo tempo, perché ne sappia interpretare le ansie, i bisogni, gli ideali”.

Intelligente e rispettoso come tanti, particolarmente portato però verso la cultura religiosa alla quale si avvicina innanzitutto grazie al fratello sacerdote, in seguito fa una scelta maturata verso l’amore alla SS.ma Trinità.

Diventerà infatti nel 1916 Fra Giuseppe della Vergine, studierà a Roma filosofia e teologia e, per l’eccellenza negli studi, sarà nominato “maestro degli studenti professi” e dopo qualche settimana finalmente sacerdote.

Dopo la laurea nel 1924, forse perché si riconoscono le sue qualità (e da lui si pretende tanto, infatti) gli viene affidato l’insegnamento di varie materie nelle classi superiori del ginnasio.

Non ancora venticinquenne viene scelto come missionario per il Madagascar, la terra per la quale si sposa alla croce anche con un gesto concreto che gli ricordi ogni momento la sua promessa: una piccola croce di legno, incastonata con punte di ferro, e posta sul petto affinché i chiodi incidessero nella carne il suo amore assoluto.

Fra il sorriso, l’affabilità, il buon umore e un’opera che non conosceva riposo, l’azione del buon missionario continua nonostante la crisi economica, il flagello della peste bubbonica, le ostilità delle autorità comuniste.

Dopo 13 anni torna in Italia e il 31 marzo del 1940 viene consacrato vescovo a Roma.

Un mese dopo il suo ingresso nella Diocesi di Andria, l’Italia entra in guerra. In questo periodo il Vescovo dimostra la sua carità, il grande spirito di fede, l’umiltà, lo spirito di sacrificio, la ricerca della giustizia e della verità, l’importanza della preghiera, la devozione alla Madonna e il grande amore che aveva per la Chiesa e il Papa.

Infaticabile nell’attività pastorale: raccomanda ai sacerdoti di impegnarsi nell’insegnamento del catechismo, insiste affinché tutte le parrocchie abbiano gruppi di Azione Cattolica, costituisce l’Opera Diocesana per le Vocazioni, coltiva in modo particolare le Pontificie Opere Missionarie, caldeggia l’ACLI per la formazione cristiana dei lavoratori, cura le zone periferiche e con tale esempio, incoraggia le città vicine e varie zone della Puglia.

In questo breve ricordo di Mons. Di donna non si può dimenticare il contributo del Vescovo offerto a favore della dottrina sociale della Chiesa, soprattutto con la sua lettera pastorale “L’edificio sociale”, pubblicata in uno dei momenti più difficili della storia del nostro paese, dopo il crollo del fascismo (25 luglio 1943) e in piena guerra civile.

Altri ancora sarebbero gli interventi da raccontare, ma per questo vi invitiamo a Rutigliano nel mese di gennaio, per approfondire la figura di quest’uomo, molto semplice, che alla morte venne appellato dal suo popolo “un Santo”!

 

A cura del Gruppo Culturale di Rutigliano

 

INTERVISTA

La signora Rosa Rossi Di Donna è figlia di un fratello di Mons. Giuseppe ed è felicissima di poter rammentare i momenti della sua infanzia e giovinezza trascorsi con lo zio vescovo.

 

Quali ricordi ha di S.E. Mons. Giuseppe Di Donna?

 

«Veniva raramente a Rutigliano, era molto impegnato con la sua diocesi, gli piaceva seguire ogni cosa personalmente e, quando veniva a trovarci, noi bambini correvamo a nasconderci perché ci faceva recitare il rosario meditato con gli adulti della famiglia… ma con noi era buono, tanto buono».

Sull’onda dei ricordi la signora Rosa parla della voce di “zio Vescovo”; una voce calda, che prendeva molto, che non lasciava indifferenti, si poteva rimanere ad ascoltarlo per ore senza stancarsi. Poi racconta un episodio accaduto la domenica di Pasqua: «Tutta la famiglia Di Donna, riunita intorno alla grande tavola imbandita, attendeva che “zio Vescovo” desse inizio al pranzo, ma l’attesa si fece troppo lunga e qualcuno decise di sollecitare lo zio, che dopo un bel po’, fra lo stupore di tutti, fu visto pregare in ginocchio in giardino. Faceva penitenza per un nipote che non era andato a messa».

 

Mons. Di Donna durante la sua vita è stato protagonista di tanti episodi in cui ha dato prova di possedere virtù eroiche. In famiglia eravate consapevoli di tali fatti?

 

«No. Non ci siamo resi conto di nulla, se non dopo la sua morte. Posso dire che nella nostra famiglia consideravamo cosa normalissima rifornire di ogni sorta di provviste, ogni 15 giorni, il segretario di Mons. Di Donna, o altri incaricati che passavano da Rutigliano, Noicattaro e Casamassima (comuni dove risiedevano altri fratelli di S.E.). Le suore dell’episcopio ci hanno detto che erano costrette a nascondere le chiavi dei cassetti perché donava tutto ai poveri. Una volta ha dato persino le scarpe che aveva ai piedi».

 

Signora Rosa, a parte i fatti che conosciamo attraverso libri e documenti, circa la santità di Mons. Di Donna lei ha qualche esperienza più personale da comunicarci?

 

«Si. Un giorno, recatami sulla tomba dello zio, ho incontrato una giovane donna che mi ha confidato di essere guarita da un male gravissimo per sua intercessione. Questo racconto mi ha fatto tornare in mente che un giorno quando mio fratello Giovanni ammalato ai polmoni, e pertanto costretto ad un periodo di riposo forzato a letto, disperato piangeva e lo zio passandogli accanto lo rassicurò dicendogli che si era preso Lui il suo male. Infatti, Giovanni è guarito e zio è morto qualche mese dopo».

 

 

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