S.E. Mons.
Giuseppe Di Donna nasce a Rutigliano, nel 1901, da famiglia benestante e
numerosa. La sua nascita avviene quando la mamma, 44enne e già nonna,
dopo una gravidanza non facile, lo affida al Signore.
E’ come se la
Provvidenza si fosse appoggiata su quel bambino “ogni santo di Dio non
nasce a caso, ma è posto nel suo tempo, perché ne sappia interpretare le
ansie, i bisogni, gli ideali”.
Intelligente e
rispettoso come tanti, particolarmente portato però verso la cultura
religiosa alla quale si avvicina innanzitutto grazie al fratello
sacerdote, in seguito fa una scelta maturata verso l’amore alla SS.ma
Trinità.
Diventerà
infatti nel 1916 Fra Giuseppe della Vergine, studierà a Roma filosofia e
teologia e, per l’eccellenza negli studi, sarà nominato “maestro
degli studenti professi” e dopo qualche settimana finalmente sacerdote.
Dopo la laurea
nel 1924, forse perché si riconoscono le sue qualità (e da lui si
pretende tanto, infatti) gli viene affidato l’insegnamento di varie
materie nelle classi superiori del ginnasio.
Non ancora
venticinquenne viene scelto come missionario per il Madagascar, la terra
per la quale si sposa alla croce anche con un gesto concreto che gli
ricordi ogni momento la sua promessa: una piccola croce di legno,
incastonata con punte di ferro, e posta sul petto affinché i chiodi
incidessero nella carne il suo amore assoluto.
Fra il sorriso, l’affabilità,
il buon umore e un’opera che non conosceva riposo, l’azione del buon
missionario continua nonostante la crisi economica, il flagello della
peste bubbonica, le ostilità delle autorità comuniste.
Dopo 13 anni
torna in Italia e il 31 marzo del 1940 viene consacrato vescovo a Roma.
Un mese dopo il
suo ingresso nella Diocesi di Andria, l’Italia entra in guerra. In
questo periodo il Vescovo dimostra la sua carità, il grande spirito di
fede, l’umiltà, lo spirito di sacrificio, la ricerca della giustizia e
della verità, l’importanza della preghiera, la devozione alla Madonna e
il grande amore che aveva per la Chiesa e il Papa.
Infaticabile nell’attività
pastorale: raccomanda ai sacerdoti di impegnarsi nell’insegnamento del
catechismo, insiste affinché tutte le parrocchie abbiano gruppi di Azione
Cattolica, costituisce l’Opera Diocesana per le Vocazioni, coltiva in
modo particolare le Pontificie Opere Missionarie, caldeggia l’ACLI per
la formazione cristiana dei lavoratori, cura le zone periferiche e con
tale esempio, incoraggia le città vicine e varie zone della Puglia.
In questo breve
ricordo di Mons. Di donna non si può dimenticare il contributo del
Vescovo offerto a favore della dottrina sociale della Chiesa, soprattutto
con la sua lettera pastorale “L’edificio sociale”, pubblicata in uno
dei momenti più difficili della storia del nostro paese, dopo il crollo
del fascismo (25 luglio 1943) e in piena guerra civile.
Altri ancora
sarebbero gli interventi da raccontare, ma per questo vi invitiamo a
Rutigliano nel mese di gennaio, per approfondire la figura di quest’uomo,
molto semplice, che alla morte venne appellato dal suo popolo “un Santo”!
A cura del Gruppo
Culturale di Rutigliano

INTERVISTA
Quali
ricordi ha di S.E. Mons. Giuseppe Di Donna?
«Veniva
raramente a Rutigliano, era molto impegnato con la sua diocesi, gli
piaceva seguire ogni cosa personalmente e, quando veniva a trovarci, noi
bambini correvamo a nasconderci perché ci faceva recitare il rosario
meditato con gli adulti della famiglia… ma con noi era buono, tanto
buono».
Sull’onda
dei ricordi la signora Rosa parla della voce di “zio Vescovo”; una
voce calda, che prendeva molto, che non lasciava indifferenti, si poteva
rimanere ad ascoltarlo per ore senza stancarsi. Poi racconta un episodio
accaduto la domenica di Pasqua: «Tutta
la famiglia Di Donna, riunita intorno alla grande tavola imbandita,
attendeva che “zio Vescovo” desse inizio al pranzo, ma l’attesa si
fece troppo lunga e qualcuno decise di sollecitare lo zio, che dopo un bel
po’, fra lo stupore di tutti, fu visto pregare in ginocchio in giardino.
Faceva penitenza per un nipote che non era andato a messa».
Mons.
Di Donna durante la sua vita è stato protagonista di tanti episodi in cui
ha dato prova di possedere virtù eroiche. In famiglia eravate consapevoli
di tali fatti?
«No.
Non ci siamo resi conto di nulla, se non dopo la sua morte. Posso dire che
nella nostra famiglia consideravamo cosa normalissima rifornire di ogni
sorta di provviste, ogni 15 giorni, il segretario di Mons. Di Donna, o
altri incaricati che passavano da Rutigliano, Noicattaro e Casamassima
(comuni dove risiedevano altri fratelli di S.E.). Le suore dell’episcopio
ci hanno detto che erano costrette a nascondere le chiavi dei cassetti
perché donava tutto ai poveri. Una volta ha dato persino le scarpe che
aveva ai piedi».
Signora
Rosa, a parte i fatti che conosciamo attraverso libri e documenti, circa
la santità di Mons. Di Donna lei ha qualche esperienza più personale da
comunicarci?
«Si.
Un giorno, recatami sulla tomba dello zio, ho incontrato una giovane donna
che mi ha confidato di essere guarita da un male gravissimo per sua
intercessione. Questo racconto mi ha fatto tornare in mente che un giorno
quando mio fratello Giovanni ammalato ai polmoni, e pertanto costretto ad
un periodo di riposo forzato a letto, disperato piangeva e lo zio
passandogli accanto lo rassicurò dicendogli che si era preso Lui il suo
male. Infatti, Giovanni è guarito e zio è morto qualche mese dopo».