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So che in questo momento è a Rimini. Come mai? Io sono nato a Ravenna, ma già da piccolino sono stato portato a Rimini dove sono rimasto fin dopo la guerra. Poi, attraverso tutta una serie di circostanze abbastanza avventurose, sono arrivato a Roma alla Rai e vi sono rimasto, Tuttora lavoro per la Rai. Sono tornato a Rimini, in questa città che mi ha affiliato (nel senso che mi ha dato la cittadinanza onoraria) e di cui mi sento veramente cittadino a pieno titolo. Rimini è una città molto complessa. La si ricorda soltanto per questa benedetta estate rutilante così profana, chiassosa, ribalda a volte; a rischio, un pochino, per l’ordine pubblico perché per tenere a bada 500 mila persone che irrompono di colpo in una piccola cittadina bisognerebbe mobilitare l’esercito, e questo non lo si può fare. Anzi bisogna essere grati alla tenuta media di questa popolazione di vacanzieri se non succede nulla di veramente drammatico. So che l’amministrazione comunale di Rimini si sta impegnando al massimo per dare un volto nuovo alla città. È una città molto civile, con una bella storia. Non è soltanto fondata sul turismo, che pure è la prima e la grande economia della città. Si è fatta largo anche una imprenditoria nuova, diversa, coraggiosa che ha portato i suoi prodotti nel mondo: ci sono qui delle imprese che hanno dei primati veramente internazionali. È curioso vedere come sulle rive dell’Adriatico, dove ci si limitava a mettere insieme degli alberghini più o meno ospitali, siano nate delle grandissime imprese con una reputazione veramente mondiale e quindi una economia mista. E poi c’è una Rimini diciamo così “a monte”, dove si consuma la vita cittadina più continua, quella della città vera e propria, quella che dura sempre con questi inverni fatti un po’ di tedio, di nostalgia dell’estate, ma che sono anche molto nutrienti perché sono il momento della riflessione, con la vita stessa che ha dei ritmi in pochino più umani. L’inverno per i riminesi è la loro vacanza. In un certo senso sì. Basti pensare a Federico Fellini nel suo film Amarcord, alle sue pagine più belle proprio con la nebbia, i ragazzi che ballano sulla terrazza del Grand Hotel tenendo fra le braccia la nebbia… sono sequenze che hanno fatto il giro del mondo. Lei mi perdona se la catapulto in Puglia. Del resto anche la Puglia è affacciata all’Adriatico… La Puglia ha una singolarità entusiasmante (ne ho parlato spesso con un mio carissimo amico, Giuseppe Giacovazzo) ed è la luce, la straordinaria qualità della luce della Puglia: questa luce levantina, che parte da lontano, che arriva così tersa, così celeste, così ferma. E’ una cosa impressionante, veramente! Le ombre di conseguenza acquistano anche una dimensione diversa, si stagliano meglio, sono più presenti e lì la luce ha veramente un significato pacificante cioè qualche cosa di materno, nutriente. Questa luce si concilia anche con una idea, come posso dire, di vita libera, aperta, accogliente. Ricorda la sua venuta nella nostra diocesi di Conversano-Monopoli? Come no, lo ricordo benissimo. C’era il Cardinale Tonini, e c’era soprattutto una moltitudine di giovani che ci sconcertò. Io mi ricordo che rimanemmo molto colpiti da quella tribuna fitta fitta di ragazzi che ponevano domande così intelligenti e noi a rimbalzarci la parola, e decisi quasi a rimanere lì ore ed ore… se non fosse perché c’erano degli aerei che ci aspettavano credo che saremmo rimasti lì fino a notte tarda. Quando ritornerà da queste parti? Ci sono stato recentemente, a Locorotondo (in questo paesino straordinario dove c’è una piccola comunità che ha fondato un giornale intitolato “Paese vivrai” fatto tutto da giovani) e lì abbiamo presentato insieme all’arcivescovo di Lecce, Mons. Ruppi il mio libro “Se Dio c’è” che poi è un lungo dialogo con il teologo Piero Coda e c’è stata una straordinaria partecipazione di persone. Io tutte le volte che vengo in Puglia ritrovo non solo molte cose della mia terra (anche perché ci sono insediamenti romagnoli molto importanti: i romagnoli hanno portato lì esempi di vita turistica, gli alberghi i ristoranti e cose di questo genere), ma anche perché le caratteristiche di questo vostro popolo, somigliano un poco alle nostre, c’è questa cordialità, questa fiducia nell’altro, fino a prova contraria… Lei alla Pasqua, come si prepara? La Pasqua è un evento secondo me, il più straordinario. Oserei dire (e sottolineo il verbo oserei) che è persino più importante del Natale. Perché il Natale io lo do un pochino per scontato: Cristo è nato, è stato nella storia, ci sono i documenti, abbiamo le prove; d’altronde una religione rivelata ha bisogno dei suoi documenti, guai se non fosse così: Cristo potrebbe sembrare un millantatore. Ma la Pasqua è un’altra cosa. È la Resurrezione, è la vittoria sulla morte, è qualche cosa quindi che sta e non sta nella storia in cui si può credere e non credere in cui ti azzuffi, in cui fai le tue ricerche, viaggi con la tua lanterna, con quel po’ di luce di cui disponi per schiarire questa cosa veramente così fitta di buio e nello stesso tempo con questi squarci di luce nei quali cerchi di entrare a tutti i costi perché non si può accettare che tutto finisca qui. Non c’è nulla anzi che ci dica che ci giochiamo tutto qui e che qui finisce tutto e quindi questo bisogno quantomeno di credere per lasciare questa opzione, questa possibilità. Ma credere è un salto della ragione o è un atto razionale? Questa è una domanda così difficile che io proverò a rispondere con le parole di Sant’Agostino il quale a questo proposito dice “credere assentendo”, cioè facendo partecipare la fede e la ragione. Egli dice non vi è chi creda che prima non abbia pensato di voler credere e d’altronde una fede che non si incardini dentro la ragione è uno stato d’animo, è un enfasi, è un impressione un soliloquio, qualche cosa che rischia di essere poco. Ma se alla fede si unisce la ragione, la fede diventa veramente la bussola della tua vita, e diventa veramente la strada diretta che ti porta là dove se si va e se si arriva hai risolto i problemi non solo dell’esistenza qui ma dell’eternità. Il mistero è questo. Nella Liturgia della Messa c’è una frase di fronte alla quale io rimango sempre molto colpito: “Mistero della Fede”! A questo proposito le voglio fare una confidenza, anche se può sembrare un po’ indecente parlare di queste cose che appartengono alla privacy di ciascuno, ma in questo caso mi pare che valga la pena di spendersi un poco anche a costo di esser mal giudicati. Dovendomi confrontare con la fede da una parte e la ragione dall’altra per stabilire quali di queste due, come posso dire “pulsioni”, “categorie” (chiamiamole come vogliamo) avesse il sopravvento in me, mi sono riferito, pensando alla mia esperienza in questo campo di non pochi anni fa, ad un episodio che adesso le racconto. Mi capitava spesso di partecipare a dei riti funebri e quando queste Messe erano per persone che avevano militato per esempio nella sinistra (e quindi la chiesa era fitti di uomini e di donne della sinistra) io mi accorgevo che per non venir meno anche a questa sorta di coerenza (quasi fosse una identità della persona di sinistra il mantenere anche degli atteggiamenti così coerentemente laici, non dico profani, ma assolutamente privi di adesione e di coinvolgimento nel rito religioso) nessuno partecipava alla ritualità dei gesti e delle parole: non ho mai visto nessuno che facesse il segno della croce o che rispondesse al sacerdote. Mi accorsi un giorno che arrivò un irresistibile bisogno di alzare il braccio che mi pendeva lungo il corpo per farmi il segno della croce nel momento in cui il sacerdote diceva una un certo passaggio della Liturgia che prevedeva il segnarsi. Io ricordo perfettamente che un giorno, d’istinto, alzai il braccio e posi le dita sulla fronte e cominciai a segnarmi: “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”… e allora io mi sentii come più libero. È la prova che ha vinto la fede sulla ragione e la ragione forse era in grado di autenticare persino la fede. Mi è parso, da quel momento, di aver raggiunto una certa libertà dello Spirito che mi fece bene… per esempio c’è una preghiera durante la Liturgia che si pronuncia in genere a voce aperta ed è il Pater Noster: ecco io un bel giorno mi sono stufato di dire questa preghiera mentalmente ed ho deciso di dirla con le parole e mi sono trovato a dirla insieme a tutti gli altri che la dicevano ed anche quella mi parve una forma di piccola liberazione da qualche conformismo. …magari la liberazione di qualcosa che abbiamo dentro fin dai primi giorni di vita: le nostre mamme ci hanno insegnato il segno della croce poi l’abbiamo messo da parte e ora l’andiamo a riscoprire… Io in questo momento le parlo dalla casa dei miei genitori e sono vicinissimo alla stanza di mio padre e mia madre, dove c’è il cosiddetto lettone. Ed io mi ricordo quando soprattutto si aveva qualche piccolo guaio (un influenza, un mal di gola con quale linea di febbre) venivamo portati nel letto paterno e materno e in questa piazza d’armi sentivamo di possedere il mondo. E ricordo sempre un gesto di mia madre quando, nell’ora del congedo della notte, si avvicinava piano piano e posando delicatamente le dita sulla fronte e sul petto diceva mormorando le parole “Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo cosi sia. Che Dio ti benedica”. Ecco quel “Dio ti benedica” aveva il potere di mettermi in pace con il mondo: potevo aver fatto tutte le marachelle della terra, ma in quel momento ricevevo come una sorta di assoluzione. Il filosofo Vattimo, in una sua ultima pubblicazione, mentre parlava con i giovani diceva “Vorrei avere la fede di quelle vecchine, di quelle mamme”… Lui ha usato quella formula bellissima. Io avevo appena trasmesso in televisione un ciclo intitolato “Credere non credere” e subito dopo (e questo in qualche modo mi ha lusingato) uscì il libro di Vattimo intitolato “Credere di credere”, che è ancora più intelligente sofisticato e sottile. Un ultima cosa, Dottor Zavoli: non pensa che nelle nostre Chiese prevalga sempre il segno di Gesù crocifisso, piuttosto che il segno del Cristo risorto? Questo è un atteggiamento penitenziale della Chiesa, Si può partire da più lontano ancora: la Chiesa subito dopo la morte di Gesù ha avuto paura di dichiararne la morte, la crocifissione, la sofferenza, il lamento e persino la richiesta al Padre di spiegazione: “…perché mi hai abbandonato?”. E lo rappresentava come un buon pastore, non c’erano mai i segni della sconfitta e soprattutto della sofferenza. Poi, quando si è capito che il primato del cristianesimo sta nell’essere Cristo l’Uomo e Figlio di Dio che si proclama vivo nel segno della sofferenza, da quel momento si è cominciata una operazione inversa che è stata quella di essere sempre un pochino dolorosi, sofferenti, penitenziali e non saprei dire quanto questo abbia giovato… Certo, una cosa è vera: mentre Maometto muore a 84 anni, da grande statista, grande studioso, grande uomo d’armi e tutti gli sono intorno a salutarlo nel momento del congedo; mentre Bhudda muore con quel sorriso ineffabile sulle labbra; mentre Confucio a sua volta muore con tutti i suoi allievi ai piedi che lo salutano… l’unico che muore nel segno della sofferenza e del dolore è Gesù. È questo il suo primato, perché nella felicità siamo tutti diversi, ciascuno è felice a suo modo. Ma siamo tutti uguali nel dolore. (Il testo ripreso da registrazione, non è stato rivisto dal dott. Sergio Zavoli) |
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