S P A Z I O    D I S P O N I B I L E

La scuola riformata:

ancora educativa?

di Vito Sabato

Nel testo della riforma scolastica i cattolici che vi hanno lavorato sono riusciti a far entrare due elementi prettamente cristiani: la centralità della persona e la conseguente caratteristica educativa che dovrebbe caratterizzare la scuola. Ora che la riforma, almeno sul piano legislativo, è ormai in dirittura di arrivo legittima diventa questa domanda: la scuola che esce dalla riforma mantiene di fatto le due caratteristiche della centralità della persona e della educazione?

Le condizioni necessarie perché si instauri un clima autenticamente educativo sono tre: avere relazioni con persone che vogliono educare; apprendere i concetti e le abilità che unanimemente sono ritenuti validi al vivere bene nella società; fare i conti non tanto con i saperi ma con il sapere che tiene unitariamente i saperi. Si è in presenza di un atto altamente educativo quando le condizioni necessarie diventano un bene per l’educando, acquisiscono il potere di rendere sempre più persona ogni persona. La scuola, allora, è istituzione educativa non quando è il luogo in cui si trasmette la parte migliore del patrimonio accumulato nelle precedenti generazioni, ma quando è il luogo in cui ciascuno vive l’esperienza di adoperare il patrimonio culturale come occasione di farsi personalmente sempre più persona.

Il fondamento, dunque, dell’educazione è la persona; il centro di qualsiasi atto educativo non può non essere la persona, intesa come realtà intelligente e libera di fronte alle cose, le cui radici sono nell’anima. Naturalmente la persona va distinta dall’individuo, inteso come unità materiale intrinseca le cui radici sono nella corporeità; esso è necessariamente condizionato dalla corporeità e dalle cose. Nel caso della scuola, se viene data dignità di persona all’individuo, si finisce per ordinarlo allo sviluppo economico, sociale e politico esistente e all’istruzione-formazione richiesta da tale sviluppo.

La persona, allora, è ancora al centro nella riforma scolastica? I testi legislativi che riformano la scuola di base sicuramente pongono al centro la persona. La Legge-Quadro della riforma così si esprime: “Il sistema educativo di istruzione e di formazione è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana”. Anche quando parla della scuola di base il testo dice: “La scuola di base è caratterizzata da un percorso educativo unitario e articolato in rapporto alle esigenze di sviluppo degli alunni”. Lo stesso testo circa la scuola secondaria dice che “ha finalità di sostenere e incoraggiare le attitudini e le vocazioni degli studenti, arricchire la formazione culturale, umana e civile degli studenti, sostenendoli nella progressiva assunzione di responsabilità”.

Man mano però che ci si allontana dalla scuola di base la norma insiste sempre di più sulla necessità di pensare la scuola come lo strumento privilegiato per “inserire nel mondo del lavoro”. Le Risoluzioni parlamentari del dicembre 2000 offerte in occasione del piano di attuazione della riforma auspicano per il ciclo secondario “l’apprendimento di specifiche professionalità spendibili, al termine del quinquennio, sia sul mercato del lavoro, sia per l’accesso alla formazione tecnica superiore o all’università”.

Esistono, allora, buone ragioni per ritenere che, a mano a mano che si sale dalla scuola di base all’università, il valore della persona e della personalizzazione educativa resti e sia riconosciuta come prioritaria, ma se e solo se si sovrappone a quello della socializzazione funzionale alle esigenze del mercato e dell’apparato socioeconomico.

Si è chiamati in questa situazione a vigilare se si vuole che la scuola mantenga la sua capacità educativa. Vigilare significa innanzitutto riaffermare delle gerarchie. La persona e i processi di personalizzazione non sono superabili e vanno tematizzati fino in fondo in modo esplicito e intenzionale; in tal senso l’apprendimento di specifiche professionalità resta sempre il mezzo e mai il fine dell’educazione che rimane la promozione della razionalità, della libertà e della responsabilità di ciascuno.

La scuola di oggi non è più quella di un tempo che aveva il primato sia informativo che addestrativo. Oggi i percorsi attraverso cui le persone si impadroniscono del patrimonio culturale e professionale sono altri; la scuola su questo piano è perdente. Per questo va pensata una scuola più snella, dove si faccia poco ma qualitativamente elevato; va pensata non una scuola che si ponga come contropotere, ma come risposta a bisogni reali.

Agli uomini di buona volontà, che lavorano nella scuola, è richiesto in questo tempo di riforme di vegliare con molta attenzione su quei fattori notevoli della personalizzazione che, se applicati e perseguiti nella scuola, renderebbero questa istituzione altamente educativa. La pazienza si pone come alternativa alla fretta che vige fuori della scuola. L’incubazione creativa, che richiede lunghi tempi, si pone in contrasto al tutto e subito richiesto fuori della scuola. La ricerca della qualità si pone in alternativa alla massificazione e alla mimesi massificante presente all’esterno della scuola. L’attenzione nella ricerca delle soluzioni si pone in alternativa alla soluzione a tutti i costi. La vigilanza, che comporta il rendersi conto dell’importanza di ogni momento che viene vissuto, si pone in alternativa alla superficialità vigente al di fuori della scuola. La capacità di narrare, che aiuta a prendere coscienza del significato che hanno le cose e le esperienze per la persona, si pone in alternativa al solo informare che caratterizza il villaggio globale. La coevoluzione, come capacità di cogliere la possibilità di crescere con gli altri, si pone come un passo avanti al privilegiare l’io in modo individualistico; il pensiero, come capacità di riflettere e di attivare la propria intelligenza, si pone in alternativa alla tendenza massificante.

Non si tratta di un elenco di cose utopiche, ma di fattori della personalizzazione; se non vengono attivati gli atti che si compiono nella scuola non possono avere il crisma dell’educabilità.

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