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La Legge Quadro n. 30 del 10 febbraio 2000 ha dato il via alla riforma della scuola italiana. Il cristiano è chiamato a porsi con grande responsabilità di fronte ad essa, perché fa parte del problema più generale dell’educazione, nei confronti del quale è necessario un atteggiamento costante di vigilanza. Viviamo, infatti, in una condizione culturale che ha posto in crisi non solo l’educazione, ma la stessa educabilità: ci si chiede se abbia senso e valga la pena educare o se una tale azione costituisca un blocco, un condizionamento della persona. Quando poi si imbocca la strada educativa si va alla ricerca delle competenze immediate da spendere sul mercato; in questo modo si finisce per asservire l’educando all’economia piuttosto che renderlo libero; si finisce per abbandonare la sana pedagogia della soglia, che rende l’educatore molto attento a non soffocare la libera crescita della persona. La riforma scolastica si è rifatta a tre tradizioni culturali. La tradizione dei paesi del Nord Europa e del Portogallo è stata molto attenta al processo di sviluppo del soggetto educante, per cui il sistema scolastico prevede dei cicli molto lunghi che sviluppano l’idea di accompagnamento della crescita. La tradizione tedesca fa prevalere la pedagogia del lavoro e la formazione professionale. La tradizione mediterranea pone in primo piano le discipline e i percorsi legati alle cose da apprendere. Il cammino della riforma ha delle tappe ben precise. Nel 1990 la Conferenza Nazionale della scuola voluta dal Parlamento ha parlato di autonomia da riconoscere (non da attribuire) alle scuole (non alla scuola), di un nuovo sistema di valutazione e di essenzializzazione dei saperi. Nel luglio del 1993, nell’accordo Governo-Parti sociali, la questione della formazione viene indicata come elemento strategico per lo sviluppo. A settembre 1996, con l’accordo sul lavoro, si delinea il sistema della formazione, nel quale in direzione di obiettivi comuni la scuola e la formazione professionale sono considerate come due modi coordinati tra loro di fare formazione. Sempre in quell’accordo si addivenne all’opzione di terminare la scuola al 18° anno di età e di ridisegnare complessivamente tutto il sistema scolastico, superando la logica degli ordini e gradi diversi di scuole che presuppone delle gerarchie di saperi. A gennaio 1997 il Governo pubblica una dichiarazione di intenti, riguardo al ridisegno del sistema scolastico, che suscitò un grande dibattito su tutto il territorio nazionale. Il Patto di Natale per lo sviluppo del 1998 ha precisato ed individuato le responsabilità locali nella formazione. La Legge n. 144 del 1999 affronta il problema dell’obbligo formativo che sussisterebbe dopo l’obbligo scolastico e verrebbe espletato con percorsi formativi scolastici o tecnici o di apprendistato. Con la Legge Quadro del 2000 collegata alla Legge n. 62, che prospetta il sistema pubblico integrato della scuola e non parla più di scuola dello Stato, si ha il riordino dei cicli scolastici. La riforma parla di sistema educativo. La scuola non sarebbe tutto sul piano dell’educazione ma farebbe parte di un sistema più ampio; essa poi ha un valore squisitamente educativo che solo in un secondo momento può essere declinato in istruzione e formazione. L’obiettivo strategico del sistema non sono i saperi, ma la crescita e la valorizzazione della persona umana, del soggetto in apprendimento che viene posto al centro. Di questo soggetto vengono promosse la diversità di genere, la diversità evolutiva e la diversità affettiva, che contribuiscono alla costituzione dell’identità di ciascuno. Una condizione necessaria per la realizzazione del nuovo sistema scolastico è dato dalla cooperazione (non semplice partecipazione) delle famiglie con la scuola. Il riordino dei cicli prevede la scuola dell’infanzia che, non ha ricevuto il riconoscimento di ciclo, ma fa parte del sistema pubblico integrato. Dura tre anni e l’ultimo anno è consigliato. Sono previsti poi due cicli. Il ciclo primario o scuola di base è settennale. È un ciclo nuovo per cui è illegittimo andarvi a cercare i pezzi della vecchia scuola elementare o i pezzi della vecchia scuola media. Il compito principale della scuola di base è far operare il passaggio dagli ambiti disciplinari (intesi come dati esperienziali, che vedono il fanciullo a contatto simbiotico con la realtà) alle singole discipline (intese come strumenti di analisi della realtà). Il ciclo secondario o scuola secondaria (tutte le scuole secondarie si chiameranno licei) si articola in quattro aree disciplinari: classico-umanistica, scientifica, tecnica e tecnologica, artistica e musicale. È un ciclo quinquennale: nei primi due anni si assolve all’obbligo scolastico con un rigoroso percorso curricolare nel quale è data la possibilità di passaggi da un indirizzo ad un altro; negli altri tre anni l’obbligo formativo che perdura fino a 18 anni può essere assolto o proseguendo nella scuola superiore, o nella formazione professionale o nell’apprendistato. Il piano di attuazione progressiva della riforma comporta vari problemi: la riformazione del personale, gli impianti dei curricoli ispirati tra gli altri ai criteri dell’essenzializzazione e della progressività, l’onda anomala costituita dagli studenti per i quali va previsto l’assorbimento dell’anno in più. La riforma non parla di programmi ma di curricoli. I due termini non sono sinonimi. Il curricolo è un percorso che fa perno sulle conclusive competenze da raggiungere e offre alcune condizioni irrinunciabili per la realizzazione dello stesso. L’Italia è un paese che non ha molta tradizione in questo campo, perché ha sempre parlato di programmi; li ha cambiati tante volte, ma mai si è posto il problema delle reali condizioni della loro realizzabilità. La realizzazione dei curricoli comporta un tempo diverso di presenza degli insegnanti nella scuola (che va riconosciuto anche amministrativamente), la valutazione non solo degli alunni ma dello stesso percorso, la rivedibilità del curricolo che non significa errore precedente, la distinzione nei curricoli tra la quota temporale nazionale e la quota riservata alle singole scuole. La Commissione ministeriale preposta alla stesura dei curricoli, però, ha utilizzato, quale chiave di ingresso, la sola chiave disciplinare, perché si è suddivisa in sottocommissioni formatisi in base alle discipline; sarebbe stato più opportuno partire dai problemi e dalle questioni di senso, che sono poi le domande che vengono dal soggetto in formazione che dovrebbe essere al centro della relazione educativa. I tempi della riforma sono abbastanza ristretti: il ciclo primario avrà inizio nel settembre 2001 e il ciclo secondario nel settembre 2002. Si capisce in ogni caso che la grande partita della riforma sarà giocata dagli insegnanti e dai genitori; per questo la Chiesa chiede agli insegnanti e ai genitori cattolici di incarnare il loro essere cristiani nella scuola, anche attraverso la via privilegiata dell’associazionismo. È vero che oggi alcune forme di carità sono più attraenti, ma non si possono trascurare, in questo momento storico particolare, le forme di carità educative. |
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